Non si trattava di vera e propria insonnia. Piuttosto era sonno intermittente, pieno di pause, riflessioni, incubi, sogni e intensi momenti di veglia. Destavo il mio corpo dalla quiete ad intervalli regolari. A volte approfittavo delle interruzioni per soddisfare stimoli reconditi che altrimenti avrei inibito fino al risveglio. Spesso mi alzavo dal letto e raggiungevo rapidamente la cucina. Riempivo e svuotavo in rapida successione almeno una decina di bicchieri d'acqua, dopo aver vissuto nel sonno l'incubo di essere intrappolato negli abissi del mare, colto da una sete irresistibile che mi obbligava a trangugiare litri e litri di acqua salata.
Contavo gli intervalli delle mie apnee e la immaginavo nella sua, di veglia; del tutto diversa dalla mia perché i medici le avevano detto che non poteva dormire nemmeno per un minuto durante la prova da sforzo. Rimanere vigile tutta la notte ed affaticare così il cervello. Entrambi pensavamo che quel suo corpo fosse già abbastanza provato dalle fatiche della vita: restare ad occhi aperti ancora una notte non avrebbe rappresentato nulla di estremamente pregiudizievole. La sua mente era prostrata, stanca d'amore; quello che aveva dato a me durante tutta la sua vita, senza mai esitare o dubitare della fede profonda che nutriva nel nostro legame. Nessun segno di cedimento, di intolleranza, di insofferenza... e spesso mi chiedevo da dove prendesse la forza e la fiducia che puntualmente era poi capace di trasferirmi. Non so e forse non saprò mai se un qualche Dio esista su questa terra o in un altro mondo, ma di certo in lei ce n'era uno, ed era la fonte di tutto l'amore che mia madre riusciva a contenere.
"Da pochi minuti i miei pensieri sono tornati ad essere racchiusi tra i gangli della sensibilità: in queste ore trascorse insieme essi hanno avuto la possibilità di esprimersi, di urlare e tacere, di aspettare immobili l'inizio delle frenetiche turbolenze che caratterizzano il mio essere. Non so quanto sia riuscita a capire di te, ma sono sicuro di aver compreso meglio chi sono io. Questo è l'aspetto più fruttifero del nostro incontro. Malgrado la mia sostanziale diplomazia, timore di espormi o timidezza che sia, credo di essere riuscita a trasmettere le sensazioni e le emozioni che il mio cuore percepisce, senza soffocarle, cercando infine di abbellirle con suoni e segni originali. Non mi era mai capitato di elevare la mia anima fino ad una tale incontrollabile estasi suonando il pianoforte. Questa mattina ho provato a esprimere ciò che giace latente in me, attraverso note dipinte. Mi attrae il tuo passato perché è il mio. Percepisco la tua patologia di cui in fondo credo di essere affetta anche io: diverse le dinamiche, le caratteristiche, le tempistiche del nostro dolore. Non so se ci rivedremo ancora, quando ciò avverrà e per quanto tempo. Forse neanche ho bisogno di una risposta a queste domande. Sono grata all'idea di te che vive in me".