domenica 18 gennaio 2015

La prova da sforzo.

Non si trattava di vera e propria insonnia. Piuttosto era sonno intermittente, pieno di pause, riflessioni, incubi, sogni e intensi momenti di veglia. Destavo il mio corpo dalla quiete ad intervalli regolari. A volte approfittavo delle interruzioni per soddisfare stimoli reconditi che altrimenti avrei inibito fino al risveglio. Spesso mi alzavo dal letto e raggiungevo rapidamente la cucina. Riempivo e svuotavo in rapida successione almeno una decina di bicchieri d'acqua, dopo aver vissuto nel sonno l'incubo di essere intrappolato negli abissi del mare, colto da una sete irresistibile che mi obbligava a trangugiare litri e litri di acqua salata.
Contavo gli intervalli delle mie apnee e la immaginavo nella sua, di veglia; del tutto diversa dalla mia perché i medici le avevano detto che non poteva dormire nemmeno per un minuto durante la prova da sforzo. Rimanere vigile tutta la notte ed affaticare così il cervello. Entrambi pensavamo che quel suo corpo fosse già abbastanza provato dalle fatiche della vita: restare ad occhi aperti ancora una notte non avrebbe rappresentato nulla di estremamente pregiudizievole. La sua mente era prostrata, stanca d'amore; quello che aveva dato a me durante tutta la sua vita, senza mai esitare o dubitare della fede profonda che nutriva nel nostro legame. Nessun segno di cedimento, di intolleranza, di insofferenza... e spesso mi chiedevo da dove prendesse la forza e la fiducia che puntualmente era poi capace di trasferirmi. Non so e forse non saprò mai se un qualche Dio esista su questa terra o in un altro mondo, ma di certo in lei ce n'era uno, ed era la fonte di tutto l'amore che mia madre riusciva a contenere. 
"Da pochi minuti i miei pensieri sono tornati ad essere racchiusi tra i gangli della sensibilità: in queste ore trascorse insieme essi hanno avuto la possibilità di esprimersi, di urlare e tacere, di aspettare immobili l'inizio delle frenetiche turbolenze che caratterizzano il mio essere. Non so quanto sia riuscita a capire di te, ma sono sicuro di aver compreso meglio chi sono io. Questo è l'aspetto più fruttifero del nostro incontro. Malgrado la mia sostanziale diplomazia, timore di espormi o timidezza che sia, credo di essere riuscita a trasmettere le sensazioni e le emozioni che il mio cuore percepisce, senza soffocarle, cercando infine di abbellirle con suoni e segni originali. Non mi era mai capitato di elevare la mia anima fino ad una tale incontrollabile estasi suonando il pianoforte. Questa mattina ho provato a esprimere ciò che giace latente in me, attraverso note dipinte. Mi attrae il tuo passato perché è il mio. Percepisco la tua patologia di cui in fondo credo di essere affetta anche io: diverse le dinamiche, le caratteristiche, le tempistiche del nostro dolore. Non so se ci rivedremo ancora, quando ciò avverrà e per quanto tempo. Forse neanche ho bisogno di una risposta a queste domande. Sono grata all'idea di te che vive in me".


domenica 4 gennaio 2015

La Habana


Si trovava di tutto sul lungo mare del Malecón che congiungeva Vedado con il centro de La Habana: preservativi usati, confezioni vuote di salbutamolo, residui edili, scarichi fognari, acque putride. Eppure non era tutto ciò a creare quella fastidiosa sensazione di disagio: piuttosto l'afa e l'aspro odore dei gas di scarico delle automobili che sfrecciavano disordinatamente su questa arteria della città, a costeggiare il mare. Il viale era un tripudio di edifici coloniali decrepiti, alcuni dei quali in corso di ristrutturazione, inframmezzati da alberghi e ristoranti dall'aspetto decisamente migliore, già ripieni di turisti. Nel buio della sera si riuscivano appena a scorgere i portoni di ingresso dei fabbricati: alcuni sembravano recare l'effige "lasciate ogne speranza" e non mi pareva affatto difficile immaginare l'infinita gamma di nefandezze che si potevano consumare al di là della mia percezione. Che tale suggestione non fosse in realtà solo frutto di un banale atto di fede, forse alimentato dalla sbornia di film pulp necessaria per sopportare il volo transoceanico? Erano le 11.55, in Italia. Ma a Cuba il tempo scorreva lento e, non a caso, l'alba tardava a presentarsi. Il Barone Von Kraphen non aveva ancora raggiunto l'isola e non lo avrebbe fatto prima del successivo tramonto, così avevo l'opportunità di riposare, nell'attesa.
La “casa particular” dove alloggiavo era l'emblema di tutte le contraddizioni che la mia guida di Cuba, Josè, mi avrebbe descritto come il sale di quella cultura caraibica: un edificio decadente e fatiscente di 5 piani, ciascuno con almeno 6-7 appartamenti lussuosissimi, dotati di ogni confort, destinati all'accoglienza dei turisti. Il taxista non osò nemmeno chiedermi la mancia quando mi lasciò davanti ad un portone privo di insegne e di citofono.. Forse intuiva, dal mio aspetto, che non fossi il tipo di viaggiatore disposto a soddisfare le infinite richieste di denaro del popolo cubano. Alla porta dell'appartamento 44, una giovane ragazza addetta alle pulizie mi accolse e mi mostrò la mia stanza: un grande letto, bagno con doccia e soprattutto acqua calda, un asciugamani verde sul cuscino e poi il balcone, il pezzo pregiato della "collezione". Dopo essermi liberato dei vestiti invernali che a Parigi mi avevano riparato dal freddo invernale, ma qui sembravano affogare la mia pelle, posai uno sguardo sulla città dalla mia finestra sul mondo: un gruppo di edifici fatiscenti si elevava dinanzi a me. Sul tetto del più alto un giovane fumava una sigaretta osservando il profilo delle case della città e forse si quietava dinanzi alla bellezza del tramonto che si consumava alle mie spalle. Su un altro tetto, un po' più in basso, una bambina ed un uomo di mezza età giocavano a rincorrersi evitando i panni stesi ad un sottile e quanto mai precario filo di acciaio. Appena più a destra, quattro adolescenti si sporgevano, curiosi, dal balcone di un'abitazione, in preda a vive e chiassose risate: non capii dalla mia posizione quale fosse il motivo del loro gioire goliardico. Provai, così, a riposare un po' sul grande letto preparato per me, lasciandomi pervadere dal fracasso delle macchine che sfrecciavano giù per il Malecon e dalle musiche assordanti che animavano i bar nelle strade. 

giovedì 1 gennaio 2015

Dormi sepolto in un campo di grano


da alcuni giorni rivolgo il mio pensiero, incessantemente, a voi che indossate le divise del bene e del male, taluni apparentemente per scelta, altri inequivocabilmente per necessità. Vorrei conoscervi uno ad uno, stringervi la mano, sapere le vostre opinioni, comprendervi e sostenere le vostre pene, se solo ne fossi capace. La verità è che conosco davvero poco delle vostre vite: vi immagino nella disperazione della fuga, nella solitudine esistenziale che caratterizza ogni migrazione, sia che avvenga attraverso un barcone nel mare, sia che si realizzi lungo le rotaie di un treno, tanto dall'Oriente verso l'Occidente, come dal Sud verso il Nord. E' così che, camminando per strada e scorgendo un ambulante con la faccia da migrante o un uomo delle forze dell'ordine con la faccia da soldato, un suono riaffiora alla mia mente...

è il suono della guerra, amici miei, con il suo putrido odore di morte e di violenza.

Caro Luca, 29 anni, dalla Sicilia, tu puoi ancora sentirmi e leggere le mie parole di cordoglio per te, perché sei solo apparentemente ancora vivo. Un pezzo della tua anima se n'è andata, insieme alle vite di Anis, di Fabrizia e di tutti le altre vittime della guerra. Alcuni ti diranno che “grazie alle persone come te gli italiani potranno trascorrere un Natale migliore”, ti mostreranno apparente gratitudine ed un falso rispetto, persino ti aduleranno. E' anche per questo che sento la necessità di rivolgere a te il mio pensiero...
... perché siamo tutti ugualmente miserabili e tutto ciò non ci aiuterà a dimenticare "gli occhi di un uomo che muore".

Da parte mia, se me lo consenti caro Luca, ti parlo fraternamente e da medico e da uomo. A volte ci sembra di avere in mano la vita e la morte della gente, ma non sempre è così. Anis era già morto, non l'hai ucciso tu ed è per questo che da alcuni giorni non riesco a fare a meno di chiedermi quando e dove sia morto realmente Anis, e chi l'abbia ucciso e perché. Sarebbe troppo facile pensare che si sia ucciso da solo, perché mosso da uno psicotico istinto suicida: di certo farebbe comodo a chi trae profitto da questa guerra. Ce ne sono tanti: alcuni vivono beati nei loro harem, ma ce ne sono anche altri che abitano nelle nostre stesse case e che attraverso le loro campagne d'odio o di ipocrita amore affermano in realtà semplicemente il proprio personale successo politico. A me, caro Luca, questi ultimi generano repulsione e ribrezzo; ma non i miserabili, non i soldati della guerra, oggi vittime e domani carnefici, a prescindere dal colore della divisa che indossano. 

Mi piacerebbe immaginare le nostre vite, la tua, la mia, quella di Anis e quella di Fabrizia, intrecciarsi in uno spazio e in un tempo distante dall'attuale, privo di guerre e di violenza, di disperazione, disoccupazione, terrore, cinismo.

Ma, caro Luca, noi che siamo, almeno per il momento, i reduci della guerra, viviamo qui ed ora e dobbiamo cercare di fare qualcosa: anche piangere i caduti, tutti, quelli buoni e quelli cattivi, quelli innocenti e quelli colpevoli, perché la guerra è cieca e alla fine uccide tutti, più o meno allo stesso modo, e rende tutti ugualmente morti, senza differenze politiche, culturali, religiose o di qualsiasi altro genere. Democráticamente.

Il mio pianto è dunque questa laica preghiera: "dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa, non è il tulipano, che ti fan veglia dall'ombra dei fossi, ma sono mille papaveri rossi."


Translate

L'ultima danza

  La prima volta in cui ascoltai quella tua canzone, rimasi in silenzio, a lungo. Avevo la percezione che nelle tue parole...