domenica 26 ottobre 2008

della nudità...


Adoro la nudità.
La mia e quella degli altri. E non certo il suo volto estetico o edonista, egocentrico e narcisista.
Adoro la nudità intrinseca, incondizionata, inconsapevole, spontanea.
Quella che ti rende ridicolo alla folla, simpatico e antipatico, folle e inadatto, affascinante e irritante. Adoro ascoltare il suono della mia voce per coglierne le sfumature. L'odore della mia pelle per distinguerne l'essenza. La consistenza della mia carne per apprezzare la soglia del mio dolore. E così soltanto riesco ad apprezzare la nudità delle persone che mi circondano, quando essa si manifesta. Lo specchio è lo strumento che permette di guardarsi e capire. Eppure esso non riflette i colori dell'anima! E' necessario qualcos'altro per osservare i volti che risiedono all'interno della scatola. Questo qualcos'altro sono le persone che ti amano, quelli che non hanno timore a mostrarti la tua orribile bruttezza, essendone estremamente affascinati. Non credere che loro ti stiano giudicando quando riflettono la tua essenza.. sei tu a farlo! L'aspetto più interessante di questo specchio è dato dalla costante trasvalutazione del punto di vista che impone: quando tu vi guardi dentro, vedi immagini che detesti... eppure pretendi che agli occhi degli altri esse si mostrino in tutto il loro splendore. E forse proprio così nasce la paura di non essere accettati, l'esigenza di dimostrare a tutti i costi il tuo immenso valore, attraverso la cronaca dei propri viaggi, delle straordinarie avventure vissute all'insegna dell'ostentazione, dei successi lavorativi... e di tutte quelle facezie che ti aiutano a fingere di amare il tuo modo di essere. La nudità diventa apparente, un fotomontaggio.. nè più, ne meno di quello che accade alle bellissime fanciulle che si lasciano fotografare senza veli. Eppure non sono nude, o quanto meno non lo sono della propria nudità.. come se spogliandosi ci si accorgesse di avere il naso di tizio, le gambe di caio... e allora non si prova vergogna perchè non si è nudi...

giovedì 16 ottobre 2008

(fraracne)

Da qualche giorno cerco di dare un volto alla solitudine. E' ovvio che in prima approssimazione, e non solo, si possano dire molte banalità o quanto meno espimere concetti già noti ai più. Ad esempio non è necessario un intuito straordinario per capire che esistono diverse forme di solitudine, ognuna con delle caratteristiche ben precise. Per quanto mi riguarda ne ho sperimentate almeno due. La prima riguarda l'essere fisicamente soli... ad esempio nella propria camera o casa, nel proprio bagno o ufficio... piuttosto che sulle rive del Ticino. Questa condizione permette una lunga e faticosa introspezione che molto spesso si manifesta con un atto creativo.. una canzone, una poesia, un pensiero, un disegno, una fotografia, qualsiasi altra cosa. Si potrebbe associare a questa categoria anche l'interazione con oggetti più o meno privi di vita, in quanto sempre connessa ad una creazione interiore, un moto cetrifugo che porta catarsi.
La seconda riguarda il non essere fisicamente soli, vale a dire condividere il proprio tempo con un numero abbastanza grande di individui. La dimensione temporale in questo caso subisce una frammentazione tale da assegnare ad ogni rapporto umano un potenziale di condivisione limitato. Si comunica con chiunque, senza percorrere dei binari preferenziali nella gestione delle interazioni... una sorta di regime democratico ed ugualitario in cui ogni interlocutore ha la stessa dignità e importanza. Col passare del tempo questi diventa in effetti un ente costituito dall'insieme di tutti gli individui che si conoscono e con cui si instaurano delle relazioni. Possono essere molteplici i fattori che determinano una tale situazione, reversibile se pure con delle dinamiche ben differenti da quelle che ne hanno causato l'instaurarsi. Il passaggio dalla solitudine di primo tipo a quella di secondo tipo risulta naturale rispetto al suo opposto, perchè il contatto con un numero svariato di soggetti crea dipendenza e maggiore difficoltà nell'affrontare lo stato di isolamento. Inutile sottolineare che le due condizioni appena descritte non sono in alcun modo influenzate da attributi che non siano rigorosamente confinati all'interno del soggetto in questione, vale a dire Io. Detto in altri termini, lo stato di solitudine non dipende in nessuno dei casi dalle caratteristiche dell'ambiente esterno ( umano ) in cui ci si viene a trovare.

mercoledì 15 ottobre 2008

introspezioni

Mi sono sempre chiesto cosa mi spinga a condividere i miei pensieri con la rete, il che vuol dire, idealmente, con chiunque. E la risposta, l'ho sempre ricercata in una sorta di più o meno velata esigenza narcisistica di egocentrismo.. detto in altri termini, l'idea che a qualcuno possa interessare quello che penso. Beh in questo momento ritengo che in fondo non sia esattamente così, o quanto meno non è tutto. L'esigenza è dare forma al mio essere. Lasciare che i miei pensieri abbiano la possibilità di guardarsi allo specchio, per capire di cosa sono fatti, quale il loro odore, il sapore, la consistenza. Scrivere equivale a spogliarsi e rimanere nudi, aspettando di trovare il coraggio per alzare gli occhi ed osservare se stessi dal di fuori. Forse per questo mi capita raramente di rileggere quello che pubblico... ancora non ho la capacità di accettare la mia nudità, il mio corpo in quanto tale. Spesso la tristezza, la felicità, la malinconia e l'irrequitudine divengono le maschere con cui di volta in volta occorre apparire sulla scena... ma questo è uno spazio con delle dinamiche differenti.. in cui davvero non riesco ad apprezzare lo spettacolo se devo pagare un biglietto.
Può bastare così.

domenica 12 ottobre 2008

In quel di Torrepaduli...

Torrepaduli è una piccola frazione di un comune salentino, Ruffano. La strada che vi conduce è spesso infestata, d'estate, da una terribile puzza di fumo, dovuta ai frequenti roghi notturni. I contadini salentini bruciano per lo più le foglie secche che cadono dagli ulivi e che, a dir la verità, creano dei giacigli estremamente comodi per la notte. Non v'è niente di più rigenerante del riposo ai piedi di una secolare pianta dalle venature robuste, lasciando il proprio corpo in balia del prurito delle tarante, le ultime ancora rimaste fra le faglie del terreno. Al mattino le fronde vengono sinuosamente mosse dal vento e una fresca brezza scalda la pelle già arsa dal sole.. non c'è spazio per un sonno profondo in questo scenario, ma solo per un fugace assopimento, in cui il potere onirico della mente trova nutrimento dai profumi della terra. Bruciano ancora i piedi, dopo una notte trascorsa a seguire il ritmo della musica e i movimenti di una agile fanciulla.. brillano ancora gli occhi, ebri e stanchi. Quale sollievo nella visione di un orizzonte costernato dal mare! Gli attimi che si vivono in Salento appartengono ad un altro tempo.. quello dei ricordi, quello del presente che in un attimo diventa passato incompiuto. Quando il corpo è ormai destato dal rincorrersi dei raggi del sole, non resta che rimettersi nuovamente in viaggio, verso una nuova notte... una nuova notte della taranta!

mercoledì 8 ottobre 2008

Mio caro amico,

... e compagno di viaggio... ancora una volta davanti a questo spettacolo che i miei occhi non riescono a contenere, le parole sentono l'esigenza di trovare la via elettiva che conduce alla tua sensibilità, per cercare di esprimere un'estasi indescrivibile. Vorrei essere il demonio per avere a disposizione tutte le arti possibili e dipingere con delle macchie quello che vedo; ma so già che il mio intento fallirà e non solo per i miei limiti, quanto per la mestosità che ho dinnanzi.
Il mio cuore batte al ritmo di pennellate sulla tela, eccitato da questo sole che a gocce d'olio si adagia sulle onde. E' forte la sua luce, vitale il suo soffio e alita di gioia la mia mattina.. che serenità, amico mio... se la mia essenza non fosse intrisa di passione per la medicina, passerei tutta la vita seduto dietro questa finestra a raccontarti il mare.

giovedì 2 ottobre 2008

Sono triste...

Se penso alle mani della mia cara Giulia l'ultima volta in cui le ho viste,
sono triste.
Sono triste,
se penso a tutte le volte in cui avrei voluto che la vita fosse solo un incubo.

Sono triste se respiro odio e mi nutro di intolleranza.
Sono triste quando temo che il mio modo di essere possa creare disagio a qualcuno.

Se rimpiango ciò che non ho più, sono triste.
Se non so apprezzare quello che ho, sono triste.

Sono triste quando capisco che non riesco a fare niente per essere felice e quando ho timore di mostrare quello che penso.

Non sono triste spesso.
Ma un uomo che non è mai triste, non è un uomo.

mercoledì 1 ottobre 2008

appunti di fisiologia...

Quando un individuo giudica che le circostanze siano appropriate, rilascia volontariamente lo sfintere anale esterno, consentendo il procedere della defecazione. La defecazione è un'azione complessa che dipende da meccanismi riflessi e volontari. Il centro di integrazione per le azioni riflesse si trova nel midollo spinale sacrale ed è modulato dai centri superiori. Prima della defecazione gli strati muscolari lisci del colon discendente e del sigma si contraggono in un movimento di massa che sospinge le feci verso l'ano. Le vie efferenti sono costituite dalle fibre parasimpatiche colinergiche che decorrono nei nervi pelvici. Al contrario, il sistema nervoso simpatico non ha un ruolo significativo nella defecazione normale. Anche le azioni volontarie sono importanti nella defecazione. Infatti, lo sfintere anale esterno viene volontariamente mantenuto in uno stato di rilasciamento e la pressione intraddominale viene aumentata per facilitare l'espulsione delle feci. Normalmente, l'evacuazione è preceduta da una profonda inspirazione che spinge il diaframma verso il basso. Successivamente viene chiusa la glottide e le contrazioni dei muscoli respiratori a polmoni pieni provocano un aumento delle pressioni intratoraciche e intraddominali. La contemporanea contrazione dei muscoli della parete addominale provoca un ulteriore aumento della pressione intraddominale, fino a raggiungere valori di 200 cm H2O, che contribuisce a sospingere le feci verso gli sfinteri rilasciati. Infine, i muscoli del pavimento pelvico si rilasciano per permettere il suo abbassamento, facilitando in tal modo il raddrizzamento del retto ed evitandone il prolasso.

da "Fisiologia" di M Berne - M.N. Levy

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L'ultima danza

  La prima volta in cui ascoltai quella tua canzone, rimasi in silenzio, a lungo. Avevo la percezione che nelle tue parole...