venerdì 25 luglio 2008

A ciel sereno

Il fatto è che vivo con l'arroganza di chi programma il tempo, di chi sa cosa succederà fra una settimana, tre mesi, dieci anni. Si affrontano le giornate secondo l'algoritmo stabilito a tavolino... oggi studio, domani ho l'esame, poi parto, vado in vacanza. Ma la vita non è una partita a scacchi, non si possono prevedere tutte le mosse dell'avversario, anche perchè non esiste. E chi dovrebbe essere, il Diavolo? o la Morte? o la Malattia? O magari quella fottuta placca lipidica o di colesterolo che un giorno si blocca in un'arteria e mette fine alle danze? Il mio nemico sono io stesso, la mia arrogante volontà di salvare le vite umane, di alleviare le sofferenze di quelli che soffrono... "la medicina cura il benessere fisico e psichico degli individui"... l'ennesima convenzione sociale che ci permette di trascorrere la vita credendo di fare qualcosa di buono. Intanto quando le vite si spengono, non c'è modo per arrestare il dolore. Lo senti scorrere insieme agli impulsi che inviano il ritmo vitale al cuore, che forse lo ama come la cosa più necessaria. Il libro aperto sulla scrivania ha le chiavi della verità, avvicina alla conoscenza della macchina, di come funziona e di come non funziona.
Il massaggio cardiaco... la soluzione di ogni problema, si forza il muscolo dell'anima alla contrazione, intanto che il suo capriccio finisca e riprenda a muoversi di propria volontà.
E se questo avviene... alleluja! Grazie! Salvatore dell'umanità, dispensatore di miracoli! Altrimenti... Amen! Un cordiale fanculo e tutti a casa, mi dispiace, lo spettacolo è finito. Arrivederci alla prossima puntata.

Non è per niente facile essere all'altezza di vivere...

giovedì 24 luglio 2008

Dell'artista di strada

L'artista di strada ha un rapporto diverso con la terra. Essa non è semplice supporto, punto fisso, ostacolo al desiderio di levarsi al cielo. I piedi nudi le trasferiscono tutto il calore che le braccia e le dita accumulano. Lo sguardo disegna sul suo corpo sinuoso lievi armonie e si perde fra i passi distratti dei viandanti, fra i loro ghigni. L'artista mostra ogni angolo del suo corpo, non un velo a coprire la sua essenza. E più si accorge della sua nudità e più si spoglia e laddove la braccia trovano gli ostacoli del pudore interviene la voce, che ogni muro abbatte per diffondere libera. Nell'ebrezza di questa condizione non esiste il ritmo della quotidianità, nè confini urbani. Solo la barriera del suono, le frequeze di un'estasi che possono trasmettersi a coloro che vogliono essere parte del gioco vitale. Non ci sono pause, non ci sono riflessioni. Il sorriso cardiaco detta i versi da liberare, il tremulo soffio vitale appanna la vista e serra le palpebre. L'ardere di questo fuoco dentro il proprio sangue non è un'esibizione soggetta al giudizio, è al di là del bene e del male. E viva in quanto tale.
Non suono per le monetine;
nè per gli applausi.
Ma per sentire la vita dentro di me
e dentro coloro che vogliono ascoltarla.

giovedì 17 luglio 2008

Dèja Vu

Era già successo in mattinata, con le strade affollate ed il sole splendente... figuriamoci se non sarebbe successo anche al far della notte! Ma questa volta anche io nella storia, come personaggio intendo e non spettatore.
La trama è sempre quella: c'era una volta il suonatore Costantino che incontra per caso il suo amico Fra. Le due chitarre si guardano, si osservano, si scrutano, si corteggiano... e scocca l'amore. Abbiamo suonato per più di due ore, lui seduto sul solito seggiolino, io per terra. Abbiamo suonato la sua musica, le tarantelle balcaniche. Abbiamo suonato la mia musica, la pizzica. Infine il nostro flamenco.
Nessuno spartito da leggere, nessun arrangiamento da rispettare, nessun tempo da battere con il piedino. Solo musica, ritmo, passione, improvvisazione, casualità. Perchè potesse succedere era necessario che l'anima del mio strumento entrasse nelle frequenze di quella del mio amico e davvero è bastato pochissimo perchè questa condizione si realizzasse. Buffo prestare attenzione alle facce dei passanti: la sensazione che vi si leggeva era di lieto stupore. Lieto perchè abbiamo prodotto delle sonorità quanto meno accattivanti e semplici da assimilare, quelle delle nostre tradizioni popolari, presenti già in ognuno come eredità del proprio passato. Lo stupore, invece, nasceva dal profumo di integrazione che esalava dalle nostre note. In quell'angolo di Strada Nuova non c'era alcuna differenza tra i vincitori e i vinti, fra quelli che devono sbarcare il lunario come capita e quelli a cui la vita riserva una condizione migliore, forse con la stessa casualità. Semplicemente due volti, due mani, due chitarre, a danzare fra le zanzare impertinenti e tante monetine leggere che saltano dalle tasche dei viandanti nelle nostre, come ranocchie. Ed anche l'epilogo si sviluppa all'insegna della parità dei diritti umani: la prima volante della polizia municipale... il primo invito a placare i bollori delle corde... la seconda volante delle polizia municipale... la fine definitiva del nostro sodalizio. Hanno sfrattato entrambi con la medesima arroganza, la stessa autorevole "violenza", senza distinzione di razza, religione, appartenenza politica.
Appena le 11 e le nostre strade si separano e si dissolvono nella notte per riprendere su due binari estremamente differenti, ma con la stessa destinazione.
Il mio, quello di un uomo felice che studia.
Il suo, quello di un suonatore felice che vive.

sabato 12 luglio 2008

Nanni Moretti a Piazza Navona

per vincere bisogna saltare due, tre o quattro generazioni...
gli anni passano, i miti invecchiano...

venerdì 11 luglio 2008

Del suonatore tzigano e della donna arrogante

Iniziai a vagare come un matto, pedalando a tutta forza per fermare il tempo... ritornare a quell'attimo che avevo perso... Non mi sarei dato pace fino a trovare il giovane suonatore di ritmi tzigani. La paura maggiore che animava la mia corsa era la possibilità che il mio amico si fosse arreso all'arroganza di questa città e avesse rinchiuso nel cassetto la sua esigenza di suonare. Era evidente che non sarebbe stato così: questa è la sostanziale differenza tra chi usa una chitarra per allietare il proprio stomaco e chi lo fa per le proprie orecchie.
La storia comincia nei pressi del mercato di Piazza Petrarca; che poi chiamarlo mercato è un pò un'offesa all'arte del commercio e della contrattazione... piuttosto una serie di persone che esige dei prodotti ad un prezzo medio alto solo per il gusto di dire di aver fatto la spesa al "mercato". Ma questa è solo l'ennesima sterile polemica...
Costantino siede sulla sua sedia instabile, imbraccia la chitarra e comincia a suonare, come sempre. La sedia in realtà è un trabiccolo metallico che regge al più venti chili, ma è molto semplice da trasportare e in fondo non serve un trono regale per le sue esigenze. Senza troppo allungare il brodo, in pochi attimi, due donne in divisa, due autentici difensori dell'ordine precostituito, della legalità e della moralità, del buon costume e della civiltà evoluta, in accordo con le tendenze neofasciste e xenofobe in voga, si avvicinano al timido rumeno e gli intimano di non suonare. "Trovati un lavoro". La solita tiritera di quelli che un lavoro ce l'hanno e magari non lo dovrebbero avere visto che più che nobilitare, avvilisce e umilia la loro essenza di uomo o donna che sia.
Assisto allo squallido siparietto seduto sul sellino della mia bici e ne riesco a cogliere davvero pochi secondi, quando basta per capire cosa stia succedendo e provare il rimorso di essere rimasto impassibile, spettatore di una vicenda che non mi appartiene. In un attimo questo rimorso mi assale. Non posso accettare l'idea che Costantino non si esibisca per strada. Non posso accettare l'idea che in questa città così intollerante garantire le sicurezza corrisponda a censurare qualsiasi attività vitale provenga da un extracomunitario o da un emarginato.
Cerco di immaginare dove possa essere finito e provo a cercarlo in tutti i vicoli in cui l'ho visto suonare in passato. Più non vedo la sua chitarra da lontano, più penso alla mia inettitudine, al peccato dell'astensionismo, del rimanere nell'oblio di chi si indigna a braccia conserte. Quando inizio a sentire le suo note, da lontano, appena scandite, la speranza cresce vertiginosamente, come la velocità della mia bici che divora la discesa, seguendo il suono vitale delle corde. Eccolo. Ancora seduto. Ancora con il suo strumento fra le braccia. Ancora con qualcosa da suonare. Respiro con gioia e vivo con intenso piacere questa musica. Non riesco a parlare, a dirgli tutto qullo che ho in mente. Non mi capirebbe, forse. Già appare spiazzato dal mio folle entusiasmo. Riesco appena a chiedergli scusa, non so nemmeno di cosa, in effetti. Ad ogni modo Costantino capisce e apprezza. Mi stringe la mano e riprende a suonare la sua musica.
Ed io la mia.

martedì 8 luglio 2008

Stia bene dottore...

Le nostre vite erano divise da un muro con scarse proprietà isolanti, almeno dal punto di vista sonoro... chi aveva progettato i due appartamenti non aveva prestato molta attenzione alle eventuali necessità di privacy, evidentemente. Per questo ed altri motivi, non era difficile per entrambi sapere cosa accadesse istante per istante dall'altra parte di quella barricata così invisibile e lieve... quando squillava il suo telefono, quando suonava la mia chitarra, quando la sveglia la mattina impazziva, quando la televisione le teneva compagnia...
Eravamo assolutamente consapevoli di questa condivisione e spesso senza imbarazzo o ipocrisia alcuna si parlava di quanto le nostre vite fossero scandite dal ritmo di alcuni rumori domestici. Appena si accorgeva che avrei avuto ospiti a cena, la signora Maria subito correva in cantina per prendere una delle sue bottiglie di vino e me la porgeva gioiosamente, dicendomi di berla alla sua salute. Per contraccambiare la sua generosità mi bastava semplicemente dedicarle un quarto d'ora del mio tempo ascoltando i suoi consigli, le sue preoccupazioni per il futuro di "noi giovani", l'indignazione per un costo della vita sempre più alto e l'amarezza di essere rimasta sola, senza l'amato compagno.
La signora Maria era davvero una donna buona e affettuosa. Sono molto felice di averla conosciuta e di aver condiviso con lei una parete domestica e tanti sorrisi.

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L'ultima danza

  La prima volta in cui ascoltai quella tua canzone, rimasi in silenzio, a lungo. Avevo la percezione che nelle tue parole...