E' difficile, spesso, riconoscere il limite oltre il quale sporgersi può diventare letale. Occorre una grande lucidità per riuscire a passeggiare con naturalezza su un filo di una consistenza sconosciuta, come un funambolo sorretto sui sentimenti precari della gente...
spettatori ... che ripongono nei gesti che osservano ingenua fiducia o sconsolata rassegnazione, con la stessa semplicità. A cosa può dunque sostenersi il funambolo nel suo eroico tentativo di non cadere e di rimanere sempre in bilico, pur oscillando pericolosamente ad ogni alito di vento ?
Ricerca e ripone dentro di sé l'equilibrio di cui ha bisogno perché la realtà circostante non logori la sua percezione della gravità, indispensabile per non essere abbattuto. Combatte la tendenza spontanea del caos ad instillare un senso di vertigine fra le certezze di quella sua anima firme e salda, e vacilla solo quando gli altri si distraggono, sicuro di rimanere al riparo dal senso di sfiducia che prima o poi prova ad avere il sopravvento. Sorride piangendo e teme la fine del suo spettacolo con la stessa naturalezza con cui si illude di poter compiere fino in fondo il suo percorso.
Occorre serenità nel riconoscere lo squilibrio permanente a cui si è sottoposti quando il cammino su cui ci si trova possiede una insolita pendenza, certamente nota a chi si imbatte nella scalata di vette irraggiungibili, ma sconosciuta ai più. Se prevale il sudore, allora occorre lasciarsi trapassare da una calida brezza per asciugare le tempie e provare a pensare con raziocinio nella prossima mossa. Se prevale la spavalda indifferenza, allora è tempo di una nuova scossa che ripristini lo squilibrio vitale, forse scomodo, ma evidentemente propedeutico a mantenere costante l'attenzione.
Ogni impercettibile spostamento in avanti rappresenta una vittoria malgrado sancisca la perdita della zona di comfort faticosamente raggiunta previamente.
La strada è ancora lunga... e il pensiero trova serafica stabilità in tale certezza.