Da quando ho intrapreso la strada che conduce alla conoscenza dell'arte medica la mia vita si è improvvisamente riempita di insuccessi e fallimenti. Ho conosciuto a poco a poco il sapore della sconfitta. La letteratura, la filosofia, il latino ed il greco mi avevano forse insegnato a ragionare, ma avevano quasi "consumato" tutta la mia memoria. Il cervello era lentamente diventato un contenitore saturo, da dover riempire necessariamente di una quantità infinita di nozioni, ma senza spazio libero a sufficienza. Una tazza piena, stracolma, che versava fuori dai suoi bordi qualsiasi liquido vi si provasse a mescere, con prepotenza o con pacatezza. Da un tale bisticcio non poteva che scaturire confusione, disequilibrio, instabilità, che pure con grande sforzo riuscivo a controllare... con la meditazione, con la filosofia, con il potere catartico della parola. Vedevo gli altri giovani medici, quelli veri, sfrecciare come stelle brillanti verso la meta finale, collezionando senza ostentata fatica i successi necessari per esercitare la professione. Ed io lì fermo, come uno scoglio dinanzi alle onde che all'impazzata cercano di scalfirlo. Niente avrebbe potuto spostarmi, nè scalfirmi. Ero sicuro che il tempo sarebbe stato mio alleato e la costanza, la pazienza, l'impegno avrebbero finalmente instillato dentro di me quelle conoscenze che servivano per rendere completa l'opera. Per niente al mondo avrei rinunciato al mio sogno. Lo custodivo con troppo amore dentro di me e lo vedevo crescere sempre di più, proporzionalmente all'entità dei miei insuccessi e dei miei successi. I numeri e le medie non erano con me; e se solo il mio ego si fosse lasciato travolgere da questi giganti spietati, il mio sogno si sarebbe sbriciolato come cenere al vento. Spesso avevo paura. Di non essere all'altezza. Poi ragionavo, meditavo, riflettevo, fino a convincermi che non potesse essere così: perchè amavo il "genere umano", avevo deciso di spendere la mia vita per gli altri e la Medicina era solo un nobile mezzo, non il fine ultimo. Senza di essa sarei certo rimasto una stella buia, una voce muta, una corrente ferma. E le mie parole non avrebbero avuto più alcun senso. Tutto questo penare, questo soffrire, questo lottare, mi dava una ragione di vita... senza la quale, forse, mi sarei lasciato andare al silenzio.