Sono un ragazzo, uno studente, un emigrante lucano, un giovane… e il mio nome non importa in questa storia, perché è lo stesso di tutti coloro i quali si trovano nella mia condizione.
Noi siamo quelli che tornano a casa due volte l’anno, qualche giorno prima di una festa comandata, e poi scappano di nuovo non appena hanno riassaporato, se pure per qualche istante, il calore domestico del nido familiare, la vista emozionante dei luoghi in cui sono cresciuti, il gusto e l’odore del cibo con cui sono stati allevati e che proviene dalla nostra terra.
Noi siamo gli stessi che rimangono qui per cercare un lavoro, per trovare la forza di lottare e fare in modo che la nostra terra sfami noi e le nostre famiglie; siamo quelli delle organizzazioni culturali, quelli che credono che scappare non serva a niente e nessuno perchè la realtà va affrontata con coraggio.
Noi siamo quelli che voi, cinquantenni, sessantenni, settantenni, politici, burocrati, amministratori, intellettuali, benpensanti e malpensanti avete deluso con la vostra inettitudine, con la vostra mediocrità. E siamo come voi perché come voi siamo stati costretti a fuggire dalla nostra Basilicata, ma siamo anche diversi da voi, perché almeno per il momento non possiamo avere la speranza di un futuro di serenità e lavoro nelle nostre case.
Per quanto i vostri finti successi elettorali, la vostra fama, le vostre carriere e il vostro prestigio vi possano rendere appagati di ciò che avete fatto per la collettività, siete e sarete sempre colpevoli delle nostre fatiche, e anche di quelle che pure voi avete sostenuto inutilmente.
Ci avete sparsi per il Mondo, fra la Lombardia, il Piemonte, il Nord-Italia, la Francia, l’Irlanda, la Spagna.. come semi su un campo.. credendo forse che nessun germoglio avrebbe preso forma da una tale semenza. E avete sbagliato! Perché noi non saremo come voi. E quando i frutti saranno comparsi su queste piante, noi torneremo a riprenderci ciò che voi avete svenduto al peggiore offerente, con la scusa di garantirvi un misero piatto di lenticchie.
Torneremo perché i nostri figli possano sperare e viaggiare e amare la propria terra come la amiamo noi. Torneremo per garantire a voi una vecchiaia tranquilla, nonostante non ve lo meritiate. Torneremo a ricostruire tutto quello che avete distrutto e costruiremo anche ciò che voi non avete costruito.
E forse falliremo in questo intento, perché non è cosa semplice e perché dovremo lottare anche contro di voi per scardinare il sistema medievale e clientelare di cui vi siete serviti per ottenere privilegi, fama e onori e che avete impiantato con radici profondissime.
Adesso queste non possono essere che parole al vento, che di certo non smuoveranno le coscenze, né cambieranno il nostro destino, né serviranno a qualcuno. Ma alle volte le parole possono dare speranza anche soltanto a chi le pronuncia e allora vale la pena che il vento soffi.